**PROLOGO
Una città padana nei primi anni '50
"Avrò preso tutto?" Si domandò con nervosismo, girando da una parte all’altra della stanza “scema che sono! Certo che non ho preso tutto, come farei?’ certo che le dispiaceva per ogni cosa che lasciava. Ma doveva scegliere. Se andarsene, incontro ad una libertà che assomigliava molto alla solitudine - e viceversa. Così non poteva continuare, pensò. La scenata di ieri sera: disgustosa. Neanche nelle peggiori famiglie succedeva di vedere qualcuno umiliato e mortificato in tale modo. Ma che, gliel’aveva chiesto lei ? Di dedicarsi a lei bambina? E perché poi! "Scommetto che certi orfanotrofi sono più caldi di questa casaccia maledetta, con questa donnaccia stramaledetta… Mi fa pesare le briciole che mi dà. “
Mettendo, come si fa meccanicamente, le mani nella tasca della giacca trovò un bigliettino che conosceva bene: l’indirizzo della zia Italia. Era riuscita a ricopiarselo di nascosto, forse, per la fretta, l’aveva anche ricopiato male. Che poche sicurezze aveva!"Che strano chiamarsi Italia. Ci sarà anche chi si chiama Francia, Inghilterra, Germania." Strano ma le piaceva però. "Speriamo che questa qui sia almeno simpatica, anche se non buona. Ah, no, per la miseria, DEVE essere buona!"
Si sentiva male al pensiero di quanto pochi soldi aveva : doveva trovare da dormire e da mangiare. D’altra parte erano pochissimi perché non aveva mai ricevuto soldi da nessuno, se non a natale poche lire da qualche parente, giusto per fare bella figura. Se le fosse riuscito di trovare un lavoro, come quelle che lavano i pavimenti nei palazzi, o i panni nelle fontane, magari con l’acqua ghiacciata…" Ma poi chi dà lavoro a una così piccola? Ma che dico, anzi, più sono piccole e meno le pagano! Basta, speriamo solo di trovare la zia. La zia Italia".
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PARTE PRIMA: LA ZIA ITALIA
1. Le sette. A quest'ora d’inverno è già buio e freddo. Annunciava l’ora il campanile di una chiesa vicina “sicuramente i Carmini” disse Italia con la piccola soddisfazione di saper riconoscere la città e le sue chiese. La sua zona. Aveva fatto di tutto per ritornarci, proprio di tutto, aveva strappato i bambini dalle mani (affettuose) di parenti, zii, nonni, che non volevano che si disgregasse la famiglia. Già il lutto era stato grande, non aggiungiamoci un altro strappo!” Ma Italia, pur sensibile e capace di sentire il dolore degli altri, si era dimostrata ferma e decisa. Voleva tornare a casa, non poteva rinunciare a questo suo sogno. La più disperata era la figlia più grande, di 15 anni, che aveva dovuto, con lo strazio nel cuore, venire strappata dal suo ambiente, dalla scuola, dalle amicizie. Ma d’altra parte per Italia era impossibile continuare a vivere in mezzo a tutto ciò che le ricordava lui, il marito perduto, in mezzo a gente tra cui si sentiva ancora estranea dopo tanti anni. Brave persone, ma aveva bisogno della sua gente, della sua casa, della sua città. Aveva abbandonato tutto per sposarsi, ma in quel caso c'era l'amore per il marito Francesco, un bell’uomo, il suo tipo. Alto (lei era piccolina), con dei bei baffi, begli occhi espressivi, e distinto, educato, la faceva sentire una signora, lei che era di estrazione piuttosto modesta. Viveva, da giovane, in una zona povera della città: bambini in strada sporchi e sempre stracciati.le botteghette vicne a casa dove tutti la conoscevano. I i Sali & Tabacchi di Brando. Insomma amava quel posto, anche se misero: c’era la vita, non avrebbe mai potuto vivere in campagna, con tutto quel silenzio; ma nemmeno in periferia dove viveva con la famiglia di suo marito quando era ancora al mondo. Le piaceva poi andare dal pollivendolo dove, se andava bene una volta alla settimana, era possibile avere il bollito di zampe e creste di gallo; oppure, all'angolo della strada, per i bambini il carrettino che vendeva croste di pane nero o, per la scuola, il castagnaccio. Nei banchi di frutta e verdura i bocia più spavaldi potevano arraffare una carota o poco più, oppure il fruttarolo generoso concedeva qualche “naransa (o pometo) macadèa”, quasi marcia, ma che si poteva recuperare con un esperto colpo di coltello. Il quartiere un ampio stradone con ai lati stradine strette per alloggi ridotti. Sulle sponde del vicino fiume con cestoni strabordanti, si recavano donne di famiglia o lavandaie prezzolate che facevano un abbondante bucato: acqua gelida e geloni per quasi tutto l’anno.
Con tanti pensieri e magoni che le toglievano il fiato, Italia arrivò dunque nella piazza Mazzini con tutte le sue carabattole che le facevano assumere l’aspetto di una povera emigrante: soprattutto un oggetto voluminoso faceva una significativa mostra di sé tra i suoi arruffati bagagli: il caliero della polenta. E questo la diceva lunga non solo sui loro gusti a tavola, ma soprattutto sulla dieta modesta che si apprestavano a fare nel prossimo futuro. Ad un tratto il caliero, quasi se non volesse restare in disparte (era tipica di Italia queste personificazione degli oggetti, che a volte arrivava anche ad insultare), al primo involontario colpo cadde fragorosamente e vistosamente per terra, attirando inevitabilmente l’attenzione dei numerosi passanti che dovettero anche farsi da parte per non rischiare di esserne travolti. Grande imbarazzo del gruppetto famigliola, tranne che per la bambina più piccola, che invece si divertì come una matta. E per fortuna che si era di Carnevale, così lo schiamazzo e il frastuono coprirono parzialmente il baccano.
2. E dov’erano diretti? Questa piccola sfortunata famigliola, aveva dove andare? Niente di sicuro, ma si sa, tra parenti, amici, e poi nella stessa città… Insomma, un po’ sventatamente procedeva alla semi-cieca, ma non troppo: in fondo era vero che tra amici ci si aiutava.Suo fratello Piero si era sposato da poco: già da tempo superata l’età per ammogliarsi, ma troppo timido e riservato per cercare la sua compagna in uno di quei posti adibiti a tale scopo, si era rivolto ad un giornale che pubblicava annunci di “incontri” come venivano chuiamati a quel tempo. Senza entusiasmo, si accasò con una signorina un po’ attempata, non bella, ma dall’aria pratica e capace di amministrare i pochi soldi del marito, unendoli l suo più sostanzioso malloppo.
Così, quando Piero seppe che la sorella, perso il marito, agognava di tornare nella sua città, subito, sembrandogli cosa affatto naturale, offrì una sistemazione provvisoria alla sorella e ai 3 nipoti, sicuro (ahi!) che la fresca moglie non avrebbe avuto nulla da obiettare. In fondo erano parenti stretti, Italia era sua sorella.Ma si sa, a questo mondo non tutti la pensano allo stesso modo e quello che per qualcuno è un naturale atto di generosità, per altri è un ignobile sopruso, e chi ci vive assieme farà bene a tenere conto di che aria tira. La fresca sposa di Piero, che purtroppo in quei giorni era fuori città appunto per affari, al ritorno non volle saperne di ospitare i quattro transfughi e solo quando il marito, ritrovato un barlume di energia virile, minacciò di andarsene lui con la sorella, pur di non lasciarla sola, cedette ed accettò. Anche se pochi, i danari del marito avevano il loro peso. Fu stabilito che gli “ospiti” si sarebbero stabiliti tutti e quattro in una stanza con un letto singolo; c’erano, è vero altre due stanze, ma era necessario tenerle entrambe sempre libere nel caso venissero ospiti. Che non vennero mai.
L a z i a L i n a
3. Fu un periodo molto difficile . La convivenza con persone malvage e senza scrupoli induce a sentimenti e comportamenti forzati e confusi. Italia doveva restare lì perché non aveva dove altro andare. Le sembrava di elemosinare quel po’di generosità di cui lei e i figli avevano necessità assoluta per chiedere un tozzo di pane per sopravvivere, ma che zia Lina non era proprio in grado di sentire, né tanto meno di manifestare . La ferita più lacerante la zia l’avvertiva “dalla parte del portafoglio”; pur essendo benestante di suo, soffriva ogni volta che era costretta a pensare ai pochi soldi che doveva dare “a fondo perduto” a quelle quattro sanguisughe. Ma chi se la passava peggio, si diceva, era Italia, combattuta tra il fingere gentilezza e gratitudine, e la voglia, al contrario, di prendere a schiaffi la cognata che la faceva disperare per un bicchiere d'acqua che dava ai bambini.
Una mattina Italia era in cucina e i bambini in giardino: ad un tratto le giunse all’orecchio un rumore come se qualcuno battesse le mani, e pensò ad una simpatico gioco.. ma quando si affacciò al terrazzino, vide Lina che schiaffeggiava energicamente le manine grassottelle della figlia di quattro anni. "Lo sa che non deve toccare i fiori!" disse Lina a mo' di spiegazione "deve imparare ad essere ubbidiente!" Italia non ci vide più. Scese di corsa le scale, afferrò la bimba continuando a coprire la cognata di ogni genere di insulti , mentre davanti agli occhi le passavano gli ultimi mesi in cui, giorno dopo giorno aveva dovuto sopportare tutta una serie di cattiverie e villanie. Raccolse in quattro e quattr’ott o i pochi stracci che costituivano i suoi bagagli, riuscì a contattare una vicina il cui marito forniva a noleggio un cavallo e un carro, e volutamente senza lasciare notizie della sua destinazione, nottetempo se ne andò con i figli, lasciando il fratello, che in quei giorni era fuori città, ignaro e disperato.
N u o v a f u g a e a n c o r a i n c i t t à
4. Stanchi, affamati, senza soldi né prospettive, con la sfortuna che sembrava perseguitarli, arrivarono in una soffitta che un' amica le aveva messo a disposizione, anche se minuscola: dovevano starci in quattro. Eppure, senza neanche saperlo, in questa situazione che chiunque avrebbe definito disgraziata, si apprestavano a passare il periodo più felice della loro vita. Grande e meravigliosa era la sensazione di libertà che dava a tutti loro l’assenza della tremenda zia. Dal trovarsi a vivere tutti e quattro insieme, circondati solo da amore e generosità, venne fuori il lato migliore del loro carattere che, influenzato da Italia, si manifestava con la voglia di vivere in allegria ridendo di tutto quello che gli capitava. La cucinetta era piccolissima (la zia cucinava su di un fornelletto appoggiato su di un minuscolo davanzale di quella soffitta)? meglio così: si poteva preparare la tavola stando tutti seduti! Una sera per cena avevano preparato un bel pentolone di zuppa e già la stavano pregustando quando, inciampando su una mattonella del pavimento la zia la fece cadere e rotolare giù per la scala: tutto il contenuto giù per i gradini e addio cena! Ma anziché prendersela, risero per tutta la serata. Per non parlare degli espedienti che mettevano in atto la sera al momento di coricarsi; senza ombra di riscaldamento; pur trattandosi di una soffitta c'era un freddo impossibile che faceva gelare l'acqua nella brocca. Chi si metteva coperte e cappotti, chi una vecchia valigia aperta e usata a mo' di coperta..e ad ogni "invenzione" una nuova risata.
E così, la zia Italia ritrovò la città. Era un piacere per lei ritrovarsi in mezzo alla gente indaffarata, ai monelli che, giocando a "cuco" o a "tegna", si aggrappavano alle sue gonne per non farsi vedere. Anche la sua piccola si divertiva un mondo a correre trafelata sotto i portici che affiancavano le strette stradine. Ogni tanto al rumore delle ciabattine in corsa si accompagnava qualche urletto di dolore quando capitava che qualcuno, inciampando, si sbucciasse un ginocchio. Ma si rialzava subito: era una questione di dignità: "Fato gnente", diceva e correva via di nuovo. Intanto, appena sistemati un po', ognuno si diede da fare per "tener su" la famiglia: il figlio volle continuare a studiare e pure a lavorare come apprendista in un ufficio; Italia, che non era mai stanca, si mise ad aggiustare e a lavare le divise dei soldati della vicina caserma. La piccola, di 6 anni, faceva di tutto per evitare di andare a scuola: non ci si sentiva a suo agio, si sentiva inferiore alle sue compagne, sempre ben vestite e smorfiose. No, non faceva per lei. Se ne stava molto più volentieri a casa, ad "aiutare" la mamma a fare il bucato; una attività che le piaceva moltissimo. Oppure a coccolare la gatta Minnina. Si racconta che questa gattina, vecchia e malandata, qualcuno l'aveva presa di nascosto della bimba per portarla a morire molto lontana da casa. Quanti pianti e che disperazione! Ma, tempo qualche giorno ecco che Minnina, in condizioni pietose, ma nel complesso sana e salva, si presentò sul davanzale della soffitta proveniente dai tetti: figuriamoci la gioia di tutti, soprattutto della sua padroncina! Un'altro evento da festeggiare.
PARTE SECONDA - EMMA
5. Abbiamo lasciato sola la povera Emma in un sacco di guai, e non ne abbiamo più saputo niente. Era scappata per la disperazione dopo avere convissuto per anni con una donna gelida e bisbetica che, a suo dire, si prendeva cura di lei amorevolmente. Solo Emma conosceva la verità, il suo piacere sadico nel tormentare gli altri, nell'umiliarli, nel farli passare per bugiardi e disonesti. La gente che frequentava la famiglia non l'aveva, è vero, in grande simpatia, ma, come si dice, "ognuno ha il suo carattere" e, grazie alle sue bugie e finzioni, non sembrava peggiore di tante altre.
Così Emma, dopo tanti patimenti, come abbiamo visto, all'età di una tredicina d'annii si era decisa a fuggire. Non era facile. La zia, che pure l'odiava, non avrebbe facilmente acconsentito a lasciarla andare, per pura malvagità. Non sarebbe stata contenta di vedere la nipote sistemata e contenta, figuriamoci, ma non avrebbe nemmeno gradito di liberarsene, di non poter tormentarla più: avrebbe avuto bisogno di una nuova vittima. Comunque Emma a questo non voleva pensare. Era determinata ad andarsene.
Per andare dove? non lo sapeva bene. Aveva però deciso di prendersi qualche giorno di tempo per riflettere con calma. Non aveva né una casa né una stanza, quindi l'unica possibilità era di sistemarsi all'aperto nel parco non lontano dalla casa della zia, dato che l'inverno era quasi finito e non faceva freddo. Così scelse la migliore panchina dell'elegante giardino pubblico, meta per lo più di balie con carrozzine e giovani coppiette, e vi si sistemò con i suoi poveri stracci. Ogni tanto, per sentirsi meno sola e infreddolita, si apriva il colletto del paltò e respirava l'aria tiepida proveniente dal suo stesso corpo e dai vestiti. Nonostante le difficoltà che aveva a lavarsi, sapeva di buono.
Partendo da casa della zia si era presa di soppiatto qualche cosa da mangiare, ma ormai non aveva più niente: doveva muoversi, cercare un luogo dove potesse trovare un lavoro per mangiare, per sopravvivere. Si mise in viaggio.
Aveva solo, come àncora di salvezza, quel biglietto che si era ritrovata in tasca al momento di scappare e dove c'erano scritti, come sappiamo, nome e indirizzo di quella zia che lei non conosceva, ma a cui sentiva di potersi rivolgere in caso di bisogno e che si chiamava Italia. Ma non aveva più guardato il biglietto dal giorno che era andata via di casa, quindi fu solo dopo aver fatto un bel pezzo di strada verso il centro della città che si accorse che nel bigliettino non c'era scritto il cognome. Stranamente non se ne era accorta prima. Beh, c'era sempre l'indirizzo, la strada. Ma anche questo si rivelò sbagliato. Non esisteva "via Cristo", sarebbe anche stata una stranezza; così si mise ad almanaccare tra Cristina..., Cristiana, san Cristiano...ma tutto inutile. L'indirizzo sembrava inesistente; nemmeno i passanti lo conoscevano
Questa grossa difficoltà che incontrò ancora prima di cominciare la sua nuova vita, la demoralizzò un bel po' e per qualche giorno, piedi gonfi e scarpe disastrate (oltre allo stomaco vuoto) sembrò voler rinunciare.
Presto però capì che non aveva senso restare a commiserarsi, e si diede da fare. L'alternativa era tornare indietro! Voleva forse ritornare dalla zia Lina? Questo pensiero la spronava a darsi verso.
6, Non staremo certo qui a descrivere quale fu la sua vita dai 13 anni in poi, senza arte né parte, anche se dotata di un carattere forte e due robuste braccia pronte per il lavoro. Lavandaia, cuoca (o meglio, sguattera, lavapiatti insomma), furono i lavori più frequenti, che spesso però si rivelavano troppo pesanti o malpagati e che lei in quel caso lasciava. Arrivò a trasferirsi in campagna, un ambiente a lei del tutto sconosciuto, ma che le offriva qualche miglioramento, sia per quanto riguarda la sistemazione per la notte (dormiva con gli altri lavoranti in un grande stanzone "mescolata" alla paglia: ma almeno era al coperto) sia per il mangiare, a cui provvedevano i padroni direttamente,(e si vedeva dalla esiguità delle razioni). Per contropartita i lavori nei campi erano assai duri: sistemazione delle bestie, raccolta di frutti, olive, uva a seconda della stagione, eccetera. Si può dire che sperimentò ogni tipo di lavoro, ogni tipo di ambiente fisico e sociale, di umanità insomma, a volte caritatevole, altre volte spietata. Conobbe anche l'amore.
In un ambiente in cui non sembrava esserci spazio per la tenerezza, conobbe il piacere che può dare un corpo con il suo calore e i suoi fremiti. Il ragazzo era molto giovane, come lei, ed anche lui alla sua prima esperienza. Fu durante il periodo in campagna. Da qualche giorno si scambiavano sguardi intensi e turbati, e una delle notti successive il giovanotto, senza far rumore si avvicinò a lei e le si sdraiò accanto. Lei lo accolse con piacere. Stranamente non le faceva paura, pur non avendo la minima idea di che cosa stesse per succedere. Lui le infilò le mani sotto la maglietta fino ad accarezzarle i seni ed i capezzoli, cosa che le provocò un brivido di piacere. Voleva fargli capire, senza parlare, che non lo respingeva, tutt'altro; così piano piano dischiuse le gambe, gli prese la mano e lo lasciò fare, anzi portò la sua mano dentro di sé. Si comportò secondo l'istinto, insomma, senza nessuna "preparazione". Aveva sentito molte volte parlare dell'amore, sapeva che era faccenda che riguardava il contatto fisico tra due persone, ma in che cosa consistesse nessuno glielo aveva mai detto né lei aveva avuto modo di chiederlo. Quando alla fine sentì scorrere in lei un qualcosa di tiepido ed umido, pensò che quello era il momento più dolce e felice della sua vita.
Ma non stiamo parlando della Marinella di De André, tutta sospiri, luna e sogni. E misteri. Qui si parla di una ragazza concreta, con voglia di fare progetti e di migliorare per quanto fosse possibile quella vita. Per cui, dopo alcune settimane da quella notte, decise di parlare seriamente col ragazzo e di manifestargli l'intenzione di andarsene per cercare una sistemazione migliore. Era molto combattuta al riguardo: tra loro si era instaurato un tenero legame. Ma lei in realtà, per quanto la cosa sembrasse poco plausibile, era una persona ambiziosa, con dei programmi - anche se indefiniti - per il futuro, e sapeva che, se avesse fatto qualcosa per rinunciarvi, se ne sarebbe pentita. Lui voleva seguirla, ma lei era sicura che la vita cui lei aspirava non concordava con quella che aveva in mente lui: in sostanza a lui sarebbe andato bene fare il la vita del bracciante per sempre.
Ma l'ultimo giorno prima della partenza di lei, quasi ad accelerare i tempi, le accadde una cosa tremenda e per lei inconcepibile. Da tempo si era accorta dello sguardo intenso e allusivo di un uomo, un lavorante non troppo giovane che, sentito che lei aveva l'intenzione di partire l'indomani, volle provare a metterle le mani addosso. Era gia buio e tutti i lavoranti, sfiniti, dormivano. Emma uscì per andare alla latrina, e al ritorno vide l'uomo venirle incontro, con aria spavalda, forse ubriaco, chissà. Quando lui la afferrò per la veste lei non sentì nessun nessun rumore, nessuna parola (ed infatti lui si mosse il più silenziosamente possibile per non farsi sentire), ma fu come se sentisse ugualmente e chiaramente queste parole dentro di lei: "te la sei goduta in questi giorni, vero? perché non proviamo anche noi due? Se hai potuto e ti è piaciuto stare con lui, che dici?" Divincolandosi tutta e tentando di gridare, alla fine riuscì a sfuggirgli. Ma non poteva restare. un minuto di più: se il ragazzo l'avesse vista avrebbe voluto andare dai carabinieri, fare qualcosa insomma, per mostrarle che poteva contar su di lui. Ma era proprio quello che lei non voleva: temeva che se non fosse fuggita ora non sarebbe riuscita a farlo mai più. Così in piena notte, singhiozzando disperata, diede in cuor suo l'addio al suo amore e andò di nuovo tutta sola incontro al suo destino.
Per alcuni anni la sua vita procedette così: un lavoro appresso all'altro con preferenza per i lavori all'interno di abitazioni, visto che lei una dimora serena e una famiglia non le aveva mai avute. C'erano padrone di casa che pretendevano troppo da lei, altre che la trattavano come un cencio e lei, per carità, di violenze verbali ed umiliazioni ne aveva subite fin troppe da bambina. In questi casi si licenziava: una questione di dignità. Anche in questo si vedeva la sua forza di carattere non comune: non esitava un momento, aiutata anche dal fatto che in quel periodo di ripresa economica c'era sempre più richiesta della "domestica", della "cameriera", segni distintivi di un certo benessere sociale. E lei, con le mani che avevano lavorato la terra, spalato letame, e scaricato casse dai magazzini, nel giro di poche settimane divenne una cameriera "di fino".
7. In quegli anni conobbe una persona che tanta importanza avrebbe avuto nella sua vita: si chiamava Clelia, era una signora sui cinquanta-sessant'anni, una studiosa di lingue straniere che viveva sola (i figli erano già grandi) e separata dal marito. A Emma piacque subito: pensò che in futuro avrebbe voluto essere come lei: ancora bella, elegante, distinta: ma ciò che la valorizzava di più erano le qualità morali che si intuivano osservando come si muoveva e come parlava: rispettosa delle idee degli altri, calma, gentile con tutti. Il suo carattere accomodante faceva sì che avesse parecchi amici che riceveva in casa o che la invitavano fuori. A voler essere pignoli, si potrebbe notare un certo formalismo che la faceva essere non sempre rilassata o disinvolta, ma anzi un po' "ingessata" E' come se si fosse prescritta un codice di comportamento, da cui però chi le stava accanto era esentato. Insomma: a lei piaceva che la sua casa fosse vivace e frequentata da spiriti liberi, anche se, personalmente lei libera non dava l'impressione di esserlo tanto. Ma evidentemente era paga di come aveva sistemato la propria vita.
Gli studi cui si dedicava riguardavano, come già detto, la lingua, anzi un po' tutte le lingue: studiava come sono fatte, com'erano un tempo e come continuano a cambiare sotto i nostri occhi, per così dire. E i giorni in cui lavorava a casa, quando leggeva o studiava, magari accompagnata da un po' di musica, Emma non riusciva, a volte, a dissimulare la curiosità per le sue carte, pur mantenendosi a debita distanza per non avere l'aspetto invadente. Ma un giorno le cose cambiarono. Tutto cominciò nel bel salotto con sofà dalle tinte vivaci e poltrone che evocavano comodi sprofondamenti tra i loro cuscini.e torpori del primo pomeriggio. Clelia, stava lavorando con aria pigra (era arrivata la primavera), senza affannarsi troppo e, chissà, forse desiderosa di una pausa. Emma stava sistemando dei libri sulla libreria seguendo l'ordine indicatole in precedenza. Di punto in bianco, senza tante cerimonie (nonostante fosse in quella casa da pochi giorni) le chiese se poteva prepararle un tè. "Temo che faccia troppo caldo per un tè fumante "le rispose sorridente: "direi meglio un buon caffè, grazie. Però solo se mi fai compagnia." Un po' imbarazzata nel rispondere, decise tuttavia di non perdere quella occasione. Fece il possibile per mostrarsi disinvolta e sicura di sé, ma versò un po' di caffè prima sul vassoio poi addirittura sul divano ("si pulisce con un po' d'acqua, non ti preoccupare") ma infine accolse l'invito di Clelia a sedersi anche lei sul divano.
Per buona educazione, ma anche perché curiosa di natura, si volle informare su cartine, fascicoli e altro materiale che si trovava sul tavolo. Le chiese, come prima domanda, come mai erano così tante le lingue parlate nel mondo. L'ingenuità disarmante della domanda. fece sorridere Clelia, che però stava attenta a non mortificarla.
In effetti Emma, intelligente ancorché ben poco scolarizzata, era riuscita a costruirsi una sua cultura, certamente modesta ma non proprio così povera come ci si aspetterebbe da una ragazza di poco più di vent'anni, autodidatta per così dire. E la Signora Clelia questo lo capì, capì anche che la domanda di Emma era meno banale di quanto sembrasse. Infatti non chiedeva perché le lingue erano tante e diverse , bensì come mai nessuno aveva pensato ancora a qualche sistema per unificarle in parte e così ridurle come numero; "E tu" le chiese Clelia "saresti disposta a rinunciare alla tua lingua e parlarne obbligatoriamente un'altra? E chi dovrebbe decidere quali sono le lingue da tenere e quelle da buttar via? Le lingue sono una ricchezza, ricordalo. In esse c'è la storia di ogni popolo". Così tra un sorso di caffè ed un biscottino e durante un'oretta di sosta dai lavori domestici, Emma ricevette una prima lezione dall'"insigne linguista", come la chiamava lei "in pectore." E Clelia cominciò un rapporto più spontaneo e rilassato con quella ragazza affidabile e discreta.
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7. bis Ma facciamo una breve digressione per andare a cercare Italia, che sembra scomparsa. Ed è infatti, momentaneamente, assente dal nostro racconto e dalla vita di Emma che, in cuor suo, aveva deciso di non pensarci più. Però era una sua parente, l'unica che lei avesse probabilmente. Forse anche un tipo buono e simpatico. Peccato; ma non aveva nè il tempo né i mezzi per fare delle ricerche. Chi lo sa. Forse, più avanti... In effetti, se noi avessimo il potere magico di ergerci fino a volare alto sulla testa delle persone, seguendone anche gli spostamenti, vedremmo che Italia ed Emma varie volte si incrociarono, o si mancarono per poco. Una specie di rimpiattino involontario, con la differenza che per anni Emma la cercò, mentre Italia era del tutto ignara di essere cercata.
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8. A volte succede che un argomento, una discussione cominci senza strepiti e senza suscitare eccessivo interesse tra gli astanti; ma che poi, col passar del tempo e senza saper ricostruire come, la stessa discussione finisca per imporsi come LA discussione più interessante del momento.
L'argomento riguardava i cognomi, ed era l'ambiente più adatto, grazie alla presenza di Clelia che all' onomastica aveva dedicato molti studi in passato. Un suo amico citò il cognome da nubile di sua madre che era una variante del cognome di Clelia: una di quelle discussioni che in genere vengono volentieri sostituite da argomenti più "fertili". Ma questa volta le cose andarono diversamente: Crivelli infatti era anche il cognome da nubile della madre di Emma e questo rese la discussione più interessante, .Facendo ipotesi che coinvolgevano anche Emma che però cercava di tenersi in disparte (dopotutto era un cameriera) alla fine si decise che l'indomani Clelia e Emma sarebbero andate all'ufficio anagrafe del comune per verificare ciò che era emerso durante la serata.
Purtroppo la pista si rivelò sbagliata e, metaforicamente parlando, Emma si ritrovò sola al mondo.
Dopo un po' però. come se fossero anni che non pensava a lei, le tornò in mente la zia Lina .Che incubo! ! dopotutto anche lei era sua parente! Ripensò a tutti i vecchi ricordi che quel nome le evocava. Le mortificazioni, le umiliazioni, l'incapacità di capire le ragioni degli altri. Ma, continuando a pensarci, finiva col toglierle quell'alone di "malvagità" che ora Emma era in grado di trasformare in un banale "brutto carattere"
Volle saperne di più. Ritornò in Comune.Dopo una mezz'oretta di ricerca, la trovò . Ma era morta! quasi tre anni prima. Che delusione! E adesso, chi l'avrebbe aiutata a conoscere la realtà? Almeno ci fosse stata una foto! Decise di chiedere all'impiegato. "Signorina, ma lei ha idea di quanto verrebbe a costare mettere una foto per ogni persona?" Si sentì quasi deficiente, ma insistè: "E che cosa posso fare per trovare una fotografia di una mia parente morta da anni?" "Può provare al cimitero, quello è certamente il posto più adatto. Sulle tombe spesso c'è una foto del morto. Si deve informare...anzi, aspetti qui che in questo la posso aiutare io." bisognava sapere in quale cimitero era sepolta. Insomma, nel corso di mezza giornata riuscì a ritrovare la semplicissima tomba della zia. Ma com'era carina e simpatica in quella foto da giovane! Simpatica! La zia Lina! Certo, se avesse avuto sempe quella bella espressione, quel bel sorriso, simpatica lo sarebbe stata sempre. E si mise a pensare a quale evento, se esisteva, aveva cambiato il suo carattere.
Così da quella mattina un nuovo pensiero le occupava la mente: saperne di più sulla zia Lina e sulla sua vita. D'un tratto fu presa da uno stato d'animo nuovo , mai provato prima. Provò comprensione e compassione per quella donna. Pensò: la zia Lina la bistrattava, senza una ragione: ma non era forse lei, Emma, un po' troppo lamentosa e suscettibile?.
Cambiò anche, modo di pensare. Cominciò a vedere la sua vita, quella passata e la presente, come un tempo non già vuoto e squallido, bensì ricco di opportunità di conoscenza sia di eventi, che di persone e cose. Non pensava più di sentirsi incapace di dare un senso alla sua vita: la sua vita un senso ce l'aveva già. Ma non bisogna fraintenderla: non è che si sentisse improvvisamente di essere madre Teresa di Calcutta, non si sentiva nata per "fare del bene al prossimo", bensì per conoscere. E senza aver maI sentito parlare dell'Ulisse di Dante.. In fondo, anche se a prima vista non sembrava, c'era una somiglianza tra questi nuovi pensieri e gli studi di Clelia:questo nuovo modo di vedere la vita usando un "metodo scientifico" l'aveva probabilmente appreso proprio da lei.
9. Alcuni giorni dopo questi avvenimenti, Emma, mentre tornava con la spesa, vide di fronte a casa un'auto sconosciuta. Si incuriosì un po', perché di solito amici e colleghi venivano in casa di Clelia di sera.più che di pomeriggio. Entrando, vide una signora vestita modestamente e tuttavia con una certa sobria eleganza. In particolare fu colpita da una spilla molto semplice, forse d'argento, dall''aspetto di un medaglione. Serviva a tenere fermo un foulard bianco, apparentemente di seta, molto elegante nella sua semplicità. Aveva un volto pronto al sorriso e cordiale. Era con lei una ragazza bellissima, con occhi e capelli scuri ed espressivi, dalla apparente età di una quindicina d'anni. Clelia, con il suo solito vezzo democratico, pensò Emma, volle presentarle le due donne: "Ti presento la signora e la signorina Crivelli" disse, con un'aria, come dire, furbetta, che meravigliò un po' Emma. "La signora prima di sposarsi si chiamava Callegari di cognome, ed adesso, già da vari anni abita nei pressi di via Bartolomeo Cristofori".
Emma era disorientata. Tutti i nomi che Clelia le gettava, per così dire, in faccia non le erano del tutto nuovi, ma non avrebbe saputo, così d'un tratto, sistemarli negli appositi spazi della sua memoria. Così assunse un'espressione interrogativa, come dire: "perché mi fai tutta questa confusione?" E Clelia, quasi avesse capito il suo pensiero, le disse : non mi hai detto che cercavi una via che cominciava per Cristo o qualcosa di simile? E non ti pare che via Bartolomeo Cristofori potrebbe andar bene?" Un attimo ancora di disorientamento e poi Emma fece: "Italia! la zia Italia! sì che mi ricordo, è quella del biglietto che non si capiva niente!! Ma...è lei? o almeno la conosce?" "Sono io cara, ma chiamami zia, visto che finalmente ci siamo ritrovate e che siamo parenti!"
Tralasciamo, per ora, la ", mappa" delle parentele. Invece è più interessante osservare l'espressione di felicità di Emma nel conoscere una cugina, per giunta così bella e simpatica e più o meno della sua età. Si chiamava Maria, ed anche questo le piaceva.
EPILOGO
Ma quante cose da raccontare! quante chiacchiere! La zia Italia, poi, era bravissima e faceva ridere tutti con le storie della soffitta. La cosa più sorprendente fu sapere che la zia Italia non sospettava nemmeno l'esistenza della nipote, figlia di un lontano cugino di cui si erano da tempo perse le tracce. E si parlò anche della zia Lina e delle sue "malefatte", con una certa benevolenza però (come era successo ad Emma) anche perché era morta e ai morti "si perdona tutto". Parole di zia Italia. Ma anche perché l'aveva vista negli ultimi momenti della sua vita: era molto raddolcita dalla malattia, tanto che se la sentì di rivelare alla cognata un segreto che aveva segnato la sua vita: la sorella Leonora, più giovane e spavalda di lei, le aveva rubato il fidanzato alla vigilia delle nozze. Questo doppio tradimento la sconvolse a tal punto che di fidanzati non volle più sentirne parlare. Poi parecchi anni dopo conobbe e sposò Piero, un uomo buono e premuroso: ma ormai era troppo tardi: il suo carattere si era ormai inacidito e lei era troppo vecchia per avere figli, che avrebbe tanto desiderato. Dei figli! La zia Lina! ma se non sopportava i bambini! Le persone bisogna conoscerle bene prima di giudicarle" disse Emma rivolta a se stessa, che vedeva così confermato il proprio nuovo programma di vita, diciamo.
Era l'alba. Tutti dormivano ancora, favoriti dal fresco che entrava dalla finestra provvidenzialmente semiaperta dopo la nottata afosa. L'arietta fresca passando accanto alle tende le faceva ondeggiare con movimenti ampi e sinuosi sì che davano a chi le guardava l'impressione di esserne cullato.
Emma si svegliò ad una folata d'aria più forte che le lambì dolcemente il corpo semiscoperto. In pochi minuti fu completamente sveglia, nonostante il cielo, ancora bruno, invitasse ad una ripresa del sonno. Ma aveva troppe cosa da fare, o meglio da pensare; in particolare a quello che era successo il giorno prima e che le ritornò alla mente con dolce prepotenza. E, come se invitata, ripensò ai più importanti eventi della sua vita: le persone conosciute, Lorenzo...il suo primo e unico amore. Ripensa a come laaccarezzava, a come amava il suo corpo, quel corpo che ora lei stende allungandosi tra le fresche lenzuola profumate di lavanda.
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